Per non dimenticare...

Giovane iraniano condannato a morte perchè Cristiano

Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane. Vi esorto, inoltre, a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina.  Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace! Preghiamo in silenzio, chiedendo la pace; tutti, in silenzio…. Maria Regina della pace, prega per noi!  Redazione DPSA

L’equazione di Dirac: quando la fisica diventa romantica

L’equazione di Dirac è senza dubbio considerata dai profani, come la più bella e romantica equazione della fisica. Ideata dal grande scienziato Paul Adrien Maurice Dirac, fisico teorico britannico, che già a soli 12 anni masticava matematica presso il Merchant Venturers Technical College in una maniera che molti noi “adulti” ci possiamo solo sognare. Dirac fu premio Nobel per la fisica nel 1933, formulò l’equazione di cui stiamo per parlare nel 1928.
Per i più “temerari” si tratta di una equazione d’onda, formulata per ovviare agli inconvenienti generati dall’equazione di Klein-Gordon, che descrive il moto dei fermioni, particelle che formano la massa di cui siamo composti noi ed il nostro universo.

L’equazione dell’amore 

Per i più “romantici” tale equazione afferma – semplificando – che se due sistemi vengono a contatto per un certo periodo di tempo, anche se poi vengono separati continuano ad influenzarsi a vicenda, per cui non possono più essere considerati come due sistemi distinti. Come due persone che, dopo essersi amate, anche dopo la separazione continuano – nel bene e nel male – a conservare dentro di se una parte dell’altra persona. Per sempre.
Non so se Dirac, a mio avviso tra i più geniali fondatori della fisica quantistica, quando ha scritto questa formula abbia pensato in qualche modo al lato “filosofico” dei suoi complicati calcoli, ma i più associano la sua equazione all’amore, effettivamente come non essere d’accordo?

Nessuna storia è inutile: se non ti ha dato ciò che volevi, ti ha insegnato ciò che non vuoi

 

 

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4 cose che è meglio non dire

a chi sta soffrendo

di Brian Brown

Se sei come la maggior parte della gente, sarà difficile sapere cosa devi fare quando un tuo amico sta soffrendo. E per il tuo amico, probabilmente, sarà difficile sapere cosa farsene della sofferenza.

Questa sofferenza può derivare dalla morte di un parente o di un amico, dalla perdita del lavoro, dalla fine di una relazione o anche solo dalla sensazione che l'universo ti abbia dato un calcio in faccia e non abbia tolto il piede già da un bel po' di tempo.

Spesso fai ricorso ai cliché di sempre e li ripeti per te, cercando di animarti o di convincere l'universo a lasciarti in pace. E li ripeti agli amici, tentando di fare lo stesso per loro. A volte i cliché servono a pensare, ma spesso sono solo dispositivi per fuggire da ciò che sta accadendo.

Ho appena finito di leggere un libro, “Invitation to Tears” (“Invito alle lacrime”), di Jonalyn Fincher e Aubrie Hills. Jonalyn e Aubrie offrono un approccio gradevole e diverso al dolore. Suggeriscono che imparare a sperimentarlo è prezioso: è un valore che la nostra cultura ha messo da parte e che abbiamo smesso di apprendere.

Far fronte alla sofferenza e aiutare un amico a fare lo stesso, secondo gli autori, implica evitare di dire cose come queste:

Luoghi comuni

“Almeno non sta soffrendo più”, “Ora è con Gesù”, “Tutto succede per un motivo”...

“NON è per questo che sto piangendo!”, ha replicato Jonalyn dopo la morte della suocera. Questi luoghi comuni possono essere particolarmente negativi all'interno della Chiesa, dove le persone portano le proprie sofferenze più profonde in cerca di speranza.

Nelle mura di consolazione della Chiesa, ci siamo purtroppo spogliati del linguaggio della perdita. Quello di cui Davide e i salmisti parlavano perfettamente, noi abbiamo smesso di impararlo. Non sappiamo come sederci accanto a chi soffre senza cercare di “sistemare” le cose in modo stupido.

Gli autori suggeriscono di reimparare il linguaggio della sofferenza e includono intere liste di poesie, libri e film che ruotano intorno alla tristezza e al lutto, cose che ci possono aiutare a imparare di nuovo quel linguaggio.

“Considera tutto come un tipo di allegria”

I cristiani ne sentono parlare molto. Sicuramente, alcune persone hanno semplicemente bisogno di smettere di reclamare e di ricordarsi che facciamo parte della storia di Dio, e non il contrario. Di fronte al dolore reale, tuttavia, questo può diventare un meccanismo per sfuggire alla colpa, soprattutto quando diciamo questo per noi stessi.

La vita è dura ed è necessario affrontare questo fatto per far fronte al dolore. Gli autori suggeriscono che cedere al dolore è in qualche modo salutare e importante.

Essere in lutto significa fare meno cose a livello esteriore, per aver tempo di sfogarsi, scrivere, fare lunghe passeggiate, piangere, guardare il cielo e pensare. Si tratta, in sostanza, di adottare la pratica non occidentale di fare di meno per imparare di più. Non è assurdo che non abbiamo tempo per questo, nelle nostre società frenetiche. Il lutto non è sicuro né efficiente per la nostra mentalità concentrata sul fare, ma ci può rendere più umani.

“Sarà il momento di dare una svolta alla propria vita?”

A volte qualcuno ha bisogno di sentirsi dire questo, ma gli autori del libro contrastano questa possibilità con la tradizione ebraica della shivà, in cui tutta la comunità si unisce intorno alla persona che soffre per guidarla nella sua sofferenza. La comunità agisce come un capitano, tracciando un percorso per il lutto. Gli autori suggeriscono che alle persone che cercano consolazione nel dolore serve qualcuno che le orienti basandosi sulla propria esperienza di sofferenza anziché suggerire proprio in quel momento che la persona “dia una svolta alla propria vita”.

Osservano anche, facendo eco a T.S. Eliot, che la memoria fa parte del dolore, ma anche del movimento per superarlo. Quando i tuoi amici ti sono vicini nella sofferenza, li vedi affrontare accanto a te una prova. Questo costruisce la memoria che può aiutare in futuro.

“Dio ha qualcosa da insegnarti”

È chiaro che Dio ha sempre qualcosa da insegnarci, ma la sofferenza è più complicata.

Nella Sacra Scrittura vediamo che la sofferenza non affligge solo il colpevole, ma anche l'innocente. L'agnello sacrificale dimostra ritualmente, tutto l'anno, che anche gli innocenti soffrono per i peccati dei colpevoli. Il dolore non è sempre il risultato di uno scontento di Dio.

Jonalyn e Aubrie offrono un approccio che in qualche modo incorpora il dolore a ciò che sei. Nel mondo reale, che è un mondo caduto, la vita è a volte terribile e non sembra esserci ragione umana perché sia così. È tipico degli occidentali cercare di ignorare questo e voler spiegare tutto in qualche modo. Gli autori suggeriscono comunque che sperimentando la sofferenza, se ci impegniamo a reimpararla come comunità, questa non solo è sopportabile, ma è anche una parte fondamentale e bella di ciò che ci rende umani.

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[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

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