Uno spazio per restare insieme, mai soli

Le parole relazione d'aiuto sembrano raggiungere tutti con un significato chiaro, così chiaro che sembrerebbe pleonastico considerarle un'altra volta. Proviamo allora a riconsiderare, semplicemente e insieme, entrambi i termini, perché tutti possano condividere o confutare cos’è una relazione e cos’è un aiuto. La relazione presume un qualche contatto, che già si aveva, o un nuovo entrare in contatto. E l’aiuto presume che qualcuno abbia bisogno, e altri possa fornire una risposta a quel bisogno. Questa semplicità è per fortuna reale, ed è in molte delle nostre azioni quotidiane.

Immaginiamo qualcuno di noi che, trovandosi con una gomma sgonfia in una notte invernale, in periferia di una grande città, si sia sentito in grande difficoltà non avendo nessuna attitudine, né abitudine, a cambiare la ruota della macchina. E mentre perplesso studiava la situazione ha avuto l’aiuto di qualcuno che si è fermato con la macchina: era un immigrato del Nord Africa. Con molta semplicità e disinvoltura aveva capito le sue difficoltà, gli aveva cambiato la ruota e si era allontanato senza pretendere nulla di particolare. Una relazione d’aiuto svolta, chiusa e senza seguito, ma che ha permesso a una persona in difficoltà di ritrovarsi fuori di quella difficoltà. Potremmo sciupare un piccolo episodio caricandolo di molta riflessione, e questo è sempre il rischio delle riflessioni minimaliste che partono da piccole cose, episodi, piccoli racconti di vita quotidiana su cui tentiamo di fare delle riflessioni più ampie.

Val la pena immaginare qualche cosa per capire di più come abbia trovato l’energia, quell’immigrato nordafricano, per fermarsi ed aiutare; come abbia dovuto vincere una possibile immagine, certamente stereotipata e che può essergli arrivata dai grandi mezzi di informazione, per cui un nordafricano che si ferma in macchina in una zona deserta e periferica di notte non è rassicurante, e può provocare delle reazioni di panico anziché delle rassicurazioni di aiuto! Potremmo semplicemente immaginare che quell’immigrato, sapendo come si sostituiva un pneumatico, abbia semplicemente desiderato aiutare un suo simile umano in una situazione, per l’altro, difficile. Oppure potremmo anche immaginare che forse proprio per altri motivi quell’individuo abbia desiderato fermarsi, aiutare e smentire così lo stereotipo di pericolo che l’immagine del nordafricano, nelle nostre periferie, si porta dietro.

Quindi possiamo immaginare che chi aiuta possa avere almeno due serie di spinte: una quasi interamente etero-centrata, un’altra soprattutto auto-centrata:, in questo caso, desideri fare qualcosa per essere a sua volta aiutato, per uscire da uno stereotipo negativo nel caso dell’immigrato, per stare meglio in generale nella vita per qualcun altro, per sentire che si ha un valore…. Questa situazione raccontata potrebbe essere motivo di riflessione per capire alcune delle dinamiche della relazione di aiuto; dinamiche che non esauriscono il tema, ma che sicuramente possono aiutare a capire qualcosa.

Chi aiuta può (anche/spesso) trovare, nell’aiuto che dà, un aiuto. E non sembri un imbroglio di parole.

Vi è poi la possibilità che chi aiuta abbia una storia di vita da riscattare, qualcosa di personale; non solo dunque per rompere la gabbia di uno stereotipo, ma anche per poter finalmente esprimere una propria statura diversa. Come si suole dire: crescere attraverso un’azione che non è abituale. Tra queste vi sono le relazioni di aiuto straordinarie, quelle più vistose nella quotidianità; ma anche al di là della quotidianità, nel panorama che coinvolge la grande informazione. E diventano così a tal punto straordinarie da creare dei piccoli miti…

Tante volte si parla di “logica dell’emergenza”, che è anche la logica dell’eccezionalità. Ma è nelle relazioni d’aiuto quotidiane che ci si può anche consentire di tutto. Chi vede qualcuno che sta affogando non si domanda: “Sono il bagnino autorizzato a fare l’opera di salvataggio?”, ma se sa nuotare si butta e salva. Così se vede delle persone che hanno ferite e devono essere curate non si domanda: “Sono abilitato a curare? Sono infermiere? Sono dottore?”, ma cerca di fare il possibile per dare aiuto. E negli incidenti l’emergenza va oltre quelle che sono le competenze stabilite. Tutti possono diventare protagonisti di relazioni d’aiuto.

Protagonisti, parola importante; ma protagonisti tutti lo possono diventare ad una condizione: le relazioni di aiuto, per essere vissute nella quotidianità, hanno bisogno di un tessuto consolidato. Prendiamo due situazioni che hanno in comune un elemento per il quale c’è bisogno di aiuto. Due persone di età adulta che si trovano a vivere un’esperienza di sofferenza a causa di un tumore. Una vive in una rete sociale molto solida in cui gli elementi della vita quali il lavoro, il vicinato, le parentele, sono molto solidamente intrecciati e sfumati l’uno nell’altro: per questa persona il periodo del tumore può diventare un’occasione per rinsaldare vincoli già presenti, e vivere intense relazioni di aiuto che si appoggiano su relazioni già precedentemente molto solide. L’altra persona ha invece avuto in precedenza un lungo periodo di lavoro che l’ha portata fuori dal contesto usuale; per la malattia si ritrova poi a tornare nel proprio contesto, solo che ora è meno protettivo: egli è meno conosciuto dal vicinato e dai parenti che pure ha, e proprio per il periodo di lontananza per lavoro vissuto prima.

Nel momento che vive il tumore riprende delle relazioni, e queste si intensificano proprio per via del tumore. E’ facile capire che nella prima situazione le relazioni di aiuto sono molto più vitali e più capaci a rapportarsi all’interezza della persona. Nella seconda situazione, invece, è facile intuire che le relazioni di aiuto si orientano a prendere in considerazione soprattutto la persona con la malattia che ha, non collegando la sua vita precedente di persona sana con la presenza del tumore.

L’irruzione di una malattia grave, o di altri eventi, nella vita di una persona, fanno cambiare quella stessa persona, ma non c’è una metamorfosi completa, bensì una dimensione nuova in qualcosa di già presente. Se la persona è conosciuta, se la rete di amicizia e sociale era già viva, la malattia favorisce l’intensificazione di legami già presenti. Diversamente c’è qualche rischio in più. Ed è lì che c’è il bisogno di una riflessione di tipo più profondo.

C’è bisogno che gli attori dell’aiuto, ed anche i professionisti della medicina, della psicologia, del counseling e della terapia in senso ampio del termine, tengano conto delle differenze esistenti ed evitino di trattare neutralmente le situazioni di sofferenza senza rendersi conto del contesto in cui queste “situazioni” vivono, della storia del contesto, e ancora di più. Questi sono gli elementi su cui bisogna cominciare a riflettere in rapporto a qualità metodologiche professionali, e non più alla sola buona volontà; perché non basta, ci vuole qualcosa di più. Occorre uscire dalla sola buona volontà portandosi dietro tutto quello che la buona volontà ha di positivo, ma andando oltre e considerando ora quegli aspetti che l’uso di una parola dovrebbe richiamare: è il termine clinico.

Molte volte il termine clinico è stato usato per indicare un “luogo specialistico” in cui ricoverare, ma la sua etimologia ci porta invece a parlare del “luogo in cui vive un individuo”, e del contesto in cui la sua vita si svolge. Un’attività clinica dovrebbe allora essere l’attività che si svolge andando verso il contesto in cui vive l’individuo di cui ci si prende cura. Per qualche misteriosa trasformazione paradossale, invece, il termine clinico è diventato proprio il contrario: trasportare da un contesto e ricoverare in una clinica. Questa paradossalità va esplorata per capire cosa ha voluto dire e perché si è verificato questo.

Per certi versi le intenzioni possono essere anche riportate a una visione positiva, e che era quella di sottrarre alla disattenzione chi aveva bisogno di cure particolari facendo sì che le esigenze di una situazione potessero essere tenute in considerazione in un luogo organizzato, e non lasciate in un luogo famigliare ma che aveva anche rischi di disattenzione, di incapacità. Quindi le intenzioni che inizialmente avevano trasformato il senso del termine clinico in un altro così diverso erano buone. Ma oggi il rischio è quello di far prevalere l’organizzazione del luogo rispetto ai bisogni dell’individuo, e quindi a far diventare la clinica un luogo organizzato, ma a prescindere da chi vi arriva, e che anzi deve conformarsi, stare agli orari, all’organizzazione, all’alimentazione, ecc. Questo è giusto da un lato, mi sembra ovvio, ma è anche il rischio delle attività di aiuto. Le professioni che si fondano sulla relazione d’aiuto hanno la necessità di essere professioni, e specializzarsi come tali, ma corrono il rischio di non saper più ascoltare, permettendosi anzi una disinvoltura che proprio la professione rende possibile.

E vi è anche il rischio opposto nelle professioni e azioni di aiuto, ed è quello dell’eccesso di ascolto. E’ il bisogno dell’ascoltatore di avere qualcuno da ascoltare e aiutare, così da creare dipendenze invece che autonomie. Quanto si sa che ciò dipende dalla maturità umana e professionale del professionista della relazione di aiuto! L’atteggiamento giusto è allora quello di porre dei traguardi e dei limiti all’azione, magari anche molto avanzati, ma traguardi e limiti che delineino gradini di quanto deve essere grande il “po’” di aiuto che occorre attuare. Non: fare niente; né: fare troppo, ma: “fare un po’”.

Nell’ambito della relazione di aiuto un altro punto delicato si trova nel rischio di essere degli invasori dello spazio privato dell’altro. E’ necessario mantenere una riservatezza e anche, in qualche modo, proteggere l’altro da una troppo rapida messa a nudo di tutto quello che è il suo spazio intimo. Per essere aiutato uno può a volte veramente sacrificare tutto; è chi aiuta che deve sapersi fermare, saper rispettare o sapere che anche quell’invasione che è stato costretto a fare dell’intimità dell’altro deve essere poi, in qualche modo, cancellata e ritenuta eccezionale, e riprendere e far riprendere una vita propria. Mentre le “terapie” sono un fatto del tutto privato che nessuno conosce, gli aiuti evocati da questa riflessione sono a volte veramente sotto gli occhi di tutti. E qui vi è l’altra ben nota deriva possibile, che è quella verso la spettacolarizzazione dell’attivismo d’aiuto; una spettacolarizzazione che non consente più molta riflessione, per cui chi aiuta ha una sorta di frenesia di aiutare, senza più avere una possibilità di riprendere dimensioni di riflessione, per capire come sia possibile uscire dall’aiuto e dall’emergenza.

Invece proprio la capacità di mantenere l’attenzione a che l’obiettivo della massima autonomizzazione possibile sia raggiunto o perseguito, e senza i rischi dell’invadenza per i bisogni dell’operatore o volontario di fare, risulta essere la carta vincente della dimensione educativa dell’aiuto; senza questa considerazione si avrebbe solo un’imposizione d’aiuto, e non una relazione d’aiuto. Ecco, per concludere, le riflessioni che un mio Maestro, Victor Frankl, spesso (ci) faceva (fare): siate come volontari in una spontanea Relazione di Aiuto quando aiutate, ma poi togliete l’aspetto pubblico e spettacolare dell’intervento e fate sempre come se foste nello spazio privato e proprio della casa della persona che aiutate: lo spazio clinico per prendersi cura con professionalità, ma che mai perde l’entusiasmo di chi lo fa per il semplice e disinteressato amore e benessere dell’altro.

Ozieri (SS) Retablo (Polittico) della Madonna di Loreto (XVI secolo)

“Amare significa non solo vedere l’altro nel suo essere così e non diversamente da così, ma vedere in lui qualcosa di più: le sue possibilità di divenire, il suo poter essere; significa non solo vederlo per quello che veramente è, ma soprattutto per quello che lei o lui può e deve diventare. In altre parole, secondo una bella espressione di Dostoevskij: amare significa "vedere l'altro così come Dio l'ha ideato".”

(Viktor Emil Frankl)

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Vogliamo essere amati

 

In mancanza di ciò, ammirati

in mancanza di ciò, temuti

in mancanza di ciò, odiati e disprezzati.

Vogliamo suscitare negli altri

una qualche sorta di emozione.

L’anima trema davanti al vuoto

e ha bisogno di un contatto a ogni costo.

(Hjalmar Soderberg)

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O Dio, mandaci dei matti!  

O Dio, mandaci dei matti,

di quelli che siano capaci di esporsi,
di quelli che siano capaci di scordarsi di loro stessi,
di quelli che sappiano amare con opere e non con parole,
di quelli che siano totalmente a disposizione del prossimo.

A noi mancano matti, o Signore,
mancano temerari, appassionati,
persone capaci di saltare nel vuoto insicuro,
sconosciuto e ogni giorno più profondo della povertà;
di quelli che sono capaci di guidare la gente
senza il desiderio di utilizzarla come sgabello per salire loro;
di quelli che non utilizzano il prossimo per i loro fini.

Ci mancano questi matti, o mio Dio!
Matti nel presente, innamorati di una vita semplice,
liberatori del povero, amanti della pace,
liberi da compromessi, decisi a non tradire mai,
disprezzando le proprie comodità o la propria vita,
totalmente decisi per l'abnegazione,
capaci di accettare tutti i tipi di incarichi,
di andare in qualsiasi luogo per ubbidienza,
e nel medesimo tempo liberi, obbedienti,
spontanei e tenaci, allegri, dolci e forti.

Dacci questo tipo di matti, o mio Signore.

(Louis Joseph Lebret)

 

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"Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà"

Mi soffermo su di un'interessante omelia di san Josemaría Escrivà: "Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà", presente nella raccolta di omelie "E' Gesù che passa".

16 novembre 2007

Abbiamo letto nella Santa Messa un brano del Vangelo secondo Giovanni: l'episodio della guarigione miracolosa del cieco nato. Penso che tutti ci siamo commossi ancora una volta di fronte alla potenza e alla misericordia di Dio che non guarda con indifferenza le disgrazie umane. Adesso però vorrei soffermarmi su altri aspetti, e cioè sul fatto che, quando c'è amor di Dio, anche il cristiano non si sente indifferente alla sorte degli altri e sa trattare tutti con rispetto; viceversa, quando questo amore viene meno, c'è il pericolo di un'invasione fanatica e spietata della coscienza altrui.

Mentre passava — si legge nel Santo Vangelo — Gesù vide un uomo cieco dalla nascita.. Gesù che passa. Mi sono meravigliato spesso di questo modo semplice di narrare la clemenza divina. Gesù passa e si accorge subito del dolore.

Considerate invece quanto fossero diversi in quel momento i pensieri dei suoi discepoli. Gli domandarono infatti: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?

Non dobbiamo sorprenderci se molti, anche fra quelli che si considerano cristiani, si comportano in modo analogo: la prima cosa che pensano è il male. Senza averne le prove, lo presuppongono. E non solo lo pensano, ma si permettono anche di esprimerlo in pubblico con giudizi avventati.

Il comportamento dei discepoli potrebbe essere considerato benevolmente come leggerezza. Ma in quella società — come del resto in quella di oggi, che in questo è cambiata di poco — c'erano altre persone, i farisei, che facevano di questo atteggiamento una norma di condotta. Ricordate in che modo Gesù Cristo li smaschera. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori.

Attacchi sistematici alla buona fama, denigrazione di una condotta irreprensibile: Gesù Cristo soffrì questa calunnia mordace e tagliente, e non è strano che certuni riservino lo stesso trattamento a coloro che, pur coscienti delle loro comprensibili e naturali miserie e dei loro errori personali — piccoli e inevitabili, aggiungerei, data l'umana debolezza — tuttavia desiderano seguire il Maestro.

...

Gesù ha replicato ai suoi discepoli che quella disgrazia non è conseguenza del peccato, ma occasione perché si manifesti la potenza di Dio. E con meravigliosa semplicità decide che il cieco riacquisti la vista.

...

I farisei vogliono allora dimostrare che quanto è avvenuto — che è una cosa buona e un grande miracolo — non è avvenuto. Alcuni di loro ricorrono a ragionamenti meschini, ipocriti, tutt'altro che equanimi...

...

I promotori dell'inchiesta non ci possono credere, perché non ci vogliono credere. Chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: (...) Noi sappiamo che quest'uomo — Gesù Cristo — è un peccatore.

In poche parole il testo di san Giovanni ci offre qui un tipico esempio di un tremendo attentato contro il diritto fondamentale, che per natura compete a tutti, di essere trattati con rispetto.

L'argomento continua a essere di attualità. Non costerebbe molto indicare, ai nostri giorni, esempi di questa curiosità aggressiva che porta a indagare morbosamente nella vita privata degli altri. Un minimo senso di giustizia esige che persino nell'investigazione di un presunto delitto si proceda con cautela e moderazione, senza prendere per sicuro ciò che è solo possibile. Si comprende chiaramente che la curiosità malsana, che porta a rovistare in ciò che non solo non costituisce un reato ma può essere addirittura un'azione meritoria, deve considerarsi una vera e propria perversione.

Di fronte ai negoziatori del sospetto, che dànno l'impressione di organizzare una "tratta dell'intimità", è doveroso difendere la dignità di ogni persona, il suo diritto al silenzio, a non replicare. E in questa difesa sono d'accordo tutte le persone oneste, cristiane o non cristiane, perché è in gioco un valore comune: la sacrosanta libertà di essere se stessi, di non esibirsi, di conservare un giusto e delicato riserbo circa le proprie gioie, i propri dolori e le pene di famiglia; e soprattutto la libertà di fare il bene senza ostentazione, di aiutare i bisognosi per puro amore, senza vedersi obbligati a pubblicizzare queste opere di servizio agli altri e tanto meno a offrire l'intimità della propria anima agli sguardi indiscreti e obliqui di persone che della vita spirituale non sanno niente e non vogliono saperne niente, se non per prendersene gioco empiamente.

Ma com'è difficile sentirsi liberi da questa aggressività pettegola! I metodi per non lasciar tranquillo nessuno si sono moltiplicati. Mi riferisco ai mezzi tecnici e anche a quelle diffuse argomentazioni a cui è difficile opporsi se si vuole conservare la buona fama. Per esempio, si parte spesso dal presupposto che tutti si comportino male, e allora, grazie a questo ragionamento assurdo, sembra inevitabile il "meaculpismo", l'autocritica. Se uno non si butta addosso una tonnellata di fango, pensano che non solo è un perfetto mascalzone, ma anche un ipocrita e un presuntuoso.

In altre occasioni il procedimento è diverso. Chi parla o scrive calunniando è disposto ad ammettere che siete persone perbene, ma aggiunge che altri forse non la penseranno allo stesso modo e potrebbero pubblicare che siete dei ladri: come dimostrate che non siete dei ladri? Oppure: lei ha sempre detto che la sua condotta è pulita, nobile, retta; le dispiacerebbe considerarla di nuovo per vedere se non è invece sporca, ignobile e falsa?

...

Lasciate che vi dica che di fronte a questi casi non mi affiggo né mi preoccupo. Direi anzi che mi diverto, se non fosse che non posso passar sopra al fatto che offendono il prossimo e commettono un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Io sono aragonese e anche per naturale disposizione di carattere amo la sincerità, per cui provo una repulsione istintiva per tutto ciò che sa di raggiro. Ho sempre cercato di rispondere con la verità, senza iattanza e senza orgoglio, anche quando i calunniatori erano maleducati, arroganti, prevenuti e privi del più piccolo segno di umanità.

Mi è venuta alla mente più volte la risposta del cieco nato ai farisei che domandavano per l'ennesima volta com'era avvenuto il miracolo: Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?.

Il peccato dei farisei non consisteva nel non vedere Dio in Cristo, bensì nel chiudersi volontariamente in se stessi, perché non tolleravano che Gesù, che è la luce, aprisse loro gli occhi. Questa cecità ha un'influenza immediata nei rapporti con i nostri simili. Il fariseo che credendosi luce non permette a Dio di aprirgli gli occhi è lo stesso che tratta con superbia e ingiustamente il prossimo: Io ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nemmeno come questo publicano. Così prega. E al cieco nato, che persiste nel raccontare la verità della guarigione miracolosa, vengono rivolti questi insulti: Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori.

...

Questa è la vocazione del cristiano: la pienezza della carità che è paziente, è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera. tutto sopporta.

La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell'anima trasforma dal di dentro l'intelligenza e la volontà, fonda soprannaturalmente l'amicizia e la gioia di compiere il bene.

...

La carità cristiana non si limita a dare un soccorso economico ai bisognosi, ma si impegna anzitutto a rispettare e a comprendere ogni persona come tale, nella sua intrinseca dignità di uomo e di figlio del Creatore. Pertanto gli attentati alla dignità della persona, alla sua reputazione, al suo onore, stanno a dimostrare che chi li commette non conosce o non pratica alcune verità della nostra fede cristiana. E che comunque non ha un vero amore di Dio. La carità con cui amiamo Dio e quella con cui amiamo il prossimo sono una sola virtù, perché la ragione di amare il prossimo è appunto Dio, e quando amiamo il prossimo con carità amiamo Dio.

Spero che saremo capaci di trarre delle conseguenze precise da questo nostro momento di conversazione alla presenza del Signore. Anzitutto, il proposito di non giudicare gli altri, di non offendere nemmeno con il dubbio, di annegare il male nella sovrabbondanza del bene, diffondendo intorno a noi la convivenza leale, la giustizia e la pace.

E poi la decisione di non rattristarci mai se la nostra condotta retta è capita male da altri; se il bene che cerchiamo di realizzare con l'aiuto continuo del Signore è interpretato in modo distorto; se qualcuno, con un ingiusto processo alle intenzioni, ci attribuisce propositi malvagi, procedimenti dolosi e simulazione. Perdoniamo sempre, col sorriso sulle labbra. Parliamo chiaramente e senza rancore, se in coscienza riteniamo di dover parlare. E lasciamo tutto nelle mani di Dio nostro Padre, con un silenzio divino — Iesus autem tacebat, Gesù rimaneva in silenzio — se si tratta di offese personali, per brutali e indecorose che siano. Preoccupiamoci solo di fare opere buone: sarà Lui a farle risplendere davanti agli uomini.

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