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 Istituto per il LogoCounseling®

 

Istituto di ricerca e promozione per la formazione e il prendersi cura della persona

 

LOGOCOUNSELING: IL COUNSELING CENTRATO SUL SENSO

Due presupposti.

Il counseling, la relazione professionale di aiuto:

"Vieni, ti accompagno"

La Logoterapia:

"Vedi il traguardo? Ecco, guarda il sentiero..."

 

Una novità.

Il LogoCounseling, la relazione di aiuto centrata sul Senso:

"Ecco dove sento sia giusto andare... mi accompagni per favore?"

Il LogoCounseling parte dagli assiomi della Logoterapia, soprattutto dalla fiducia che in ogni situazione esista un Senso o un motivo non soltanto che la giustifichi, ma soprattutto grazie al quale affrontarla, e così giungere a dire quel 'SI' alla vita che NON l’uomo può non dire, essendo la vita sempre valida, unica ed irripetibile, anche nelle situazione estreme.

Il nucleo del LogoCounseling: esiste una chiamata che la vita fa all'uomo in ogni specifica situazione, un appello a vivere da uomo responsabile ciò che invece sembra essere soltanto un soffocamento della libertà personale.

L'intervento di LogoCounseling (nel modello antropologico esistenziale) si situa tra il momento della chiamata e l'attuazione dell'unica risposta di Senso che l'uomo può dare (e che esiste sempre) per poter procedere, con dignità e valore, nel cammino dell'esistenza. Esso si propone anche come stimolo e sostegno nel dire "sì" a ciò a cui non si può dire altro che "sì", aiutando le persone a sciogliere le paure che umanamente vorrebbero frenarle nel loro vivere, attraverso il Counseling: paure che non sempre possono essere sciolte con la sola forza della ragione, ma sempre dall'amore per la vita ri-scoperta e desiderata ancora e nonostante tutto.

Moderatori dell'Istituto di Ricerca e
Members of Victor Frankl's Institute of Logotherapy, USA :

PaoloGiovanni Monformoso

Stefano Maria Gasseri

 

Segreteria organizzativa:

Gabriella Giordano

www.logocounseling.org

 

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Dieci tesi sulla persona
Viktor E. Frankl

Come introduzione ad un dibattito, che ebbe luogo nel 1950 all'interno delle Salzburger Hochschulwochen ed al quale partecipavano Ildefons Betschart (Salzburg), Alois Dempf (München) e Leo Gabriel (Wien), Frankl presentò "10 tesi sulla persona". Il testo, apparso per la prima volta nel volume Logos und Existenz., fu dall'autore modificato e pubblicato nel volume Der Wille zum Sinn. Sulla base di questa seconda redazione è stata condotta la traduzione italiana, che viene qui presentata, tradotta da E. Fizzotti.
     Parlare della persona vuol dire, involontariamente, rifarsi a un altro concetto che si intreccia con essa: il concetto di "individuo".

1. La persona è un individuo
     La persona è indivisibile, non ammette partizione, non può essere suddivisa né scissa, e questo semplicemente perché è una unità. Neppure la cosiddetta schizofrenia, la dissociazione mentale, porta in effetti a una divisione della persona. Anche in riferimento a certi altri stati patologici non si parla mai in clinica psichiatrica di divisione della personalità. Neppure si parla oggi di «double conscience», quanto piuttosto di consapevolezza alternante (o multipla). Senza dubbio, quando coniò il termine schizofrenia, Bleuler non aveva dinanzi a sé l'immagine di una persona divisa, quanto piuttosto quella della dissociazione di certi complessi associativi: una possibilità alla quale si credeva in un periodo in cui si era in balìa della dottrina associazionistica.

2. La persona è insommabile
     La persona non soltanto non può essere divisa, ma neppure può essere amalgamata, e questo per il fatto che non è solo unità, ma anche totalità. In quanto tale, è anche impossibile che essa si risolva completamente in classificazioni più inclusive, quali ad esempio la massa, la classe o la razza: tutte queste "unità" o "totalità", che rappresentano gerarchie nelle quali l'uomo è inglobato, non sono entità personali, ma tutt'al più pseudopersonali. L'uomo, che crede di assimilarsi ad esse, in realtà si perde in esse; facendosi "assorbire" da esse, abbandona del tutto se stesso come persona.
     Al contrario l'organico, in contrapposizione alla persona, può essere sia diviso che amalgamato. Per lo meno ciò è quanto ci hanno insegnato e dimostrato i noti esperimenti di H. Driesch, da lui condotti con le uova dei ricci di mare. Anzi, c'è di più: la divisione e la capacità di fusione sono condizioni e presupposti della riproduzione. Da questo si deduce, né più né meno, che la persona, come tale, non può riprodurre se stessa; solo l'organismo si riproduce e si propaga a partire dall'organismo dei genitori; la persona invece - lo spirito personale, l'esistenza spirituale - non può essere propagata dall'uomo.

3. Ogni persona è un essere assolutamente nuovo
     Pensiamoci un momento: il padre, post coitum, pesa un paio di grammi in meno e la madre, post partum, pesa qualche chilo in meno. Lo spirito, invece, dimostra di essere davvero imponderabile. Quando, infatti, con la nascita di un figlio viene alla luce un nuovo spirito, diventano forse per ciò stesso i genitori più poveri a livello di spirito? Quando un figlio appare come un nuovo "tu", - un'essenza nuova cioè che può dire a se stesso "io" - vuole forse dire che i genitori, rivolgendosi a se stessi e dicendo "io", lo fanno in misura inferiore rispetto a prima? In ogni persona che viene al mondo è un novum assoluto che è posto in esistenza, che diviene reale; infatti l'esistenza spirituale non può riprodursi, non può essere trasmessa dai genitori al figlio. L'unica cosa che può essere riprodotta sono i mattoni, ma non certo il costruttore.

4. La persona è spirituale
Il che vuol dire che la persona spirituale si trova in contrapposizione euristica e facoltativa con l'organismo psicofisico. Quest'ultimo, infatti, è l'insieme degli organi, dei dispositivi strumentali. La funzione, cioè il compito che l'organismo deve attuare per la persona che lo sostiene (e che da esso è sostenuta), è fondamentalmente strumentale e solo successivamente espressiva: la persona infatti necessita del suo organismo per agire e per potersi esprimere. Inteso in questo senso come strumento, l'organismo costituisce un mezzo per un fine e, come tale, ha un valore funzionale. Il concetto opposto a quello utilitaristico è quello di dignità che, appartenendo soltanto alla persona, le compete per natura, indipendentemente da ogni utilità vitale e sociale.
     Solo chi non considera questo e lo dimentica può ritenere giustificabile l'eutanasia. Chi infatti è cosciente della dignità incondizionata di ogni persona ha assoluto rispetto per la persona umana, e quindi anche per il malato, persino quando è incurabile sia fisicamente che psichicamente. In realtà, non esistono malati "nello spirito", giacché lo spirito, ossia la persona spirituale, non può ammalarsi e rimane là, dietro la psicosi, anche quando è a mala pena "visibile" all'occhio dello psichiatra. In qualche occasione ho definito ciò come il credo psichiatrico, una fede cioè nella permanenza della persona spirituale anche dietro la sintomatologia manifesta dell'affezione psicotica; giacché, se così non fosse, non meriterebbe affatto la pena che il medico rimettesse a posto, "riparandolo", l'organismo psicofisico. Per l'appunto: chi vede solamente questo organismo e perde di vista la persona che lo sostiene sarà pronto a far fuori con l'eutanasia l'organismo che non può più essere riparato, dal momento che non ha più alcun valore d'uso. Egli infatti non sa proprio nulla dell'incondizionata dignità della persona. La concezione medica, rappresentata da un operatore sanitario che la pensa in tale modo, è piuttosto quella di un médicin technicien; e un tale médicin technicien tradisce, con il suo modo di pensare, la considerazione del malato come homme machine.
     Il fatto, però, di coinvolgere unicamente l'organismo psicofisico, e non la persona spirituale, non riguarda solo la malattia, bensì anche il trattamento. 
     Ma non è solo la fisiologia a non attingere la persona nella sua profondità. Neppure la psicologia ci riesce, per lo meno quando scade nello psicologismo. Per poter scorgere la persona da vicino o per lo meno in modo categoriale è necessaria una noologia.
     Una volta si parlava di una "psicologia senza anima". Ciò è stato superato da tempo. Ciononostante, alla psicologia contemporanea non può essere risparmiato il rimprovero di essere il più delle volte una "psicologia senza spirito". Questa psicologia "priva di spirito" è, in quanto tale, non solo cieca dinanzi alla dignità della persona e alla persona stessa, ma addirittura è cieca dinanzi ai valori, quei valori che sono il corrispettivo mondano dell'essere personale: il mondo del significato e dei valori in quanto cosmo. Essa è cieca dinanzi al logos.
     Lo psicologismo proietta i valori dall'ambito dello spirituale al piano dello psichico - e qui essi diventano ambigui. Su questo piano infatti - sia esso psicologico che patologico - non si può fare alcuna distinzione tra le visioni di una Bernadette e le allucinazioni di una qualsiasi isterica. Sono solito esemplificare questo concetto a scopo didattico ai miei studenti, indicando loro che le proiezioni circolari, in un piano bidimensionale, di una sfera, di un cilindro e di un cono - tutti oggetti tridimensionali -, non permettono di distinguere quale di essi rispettivamente ne sia la causa. Nella proiezione psicologica, la coscienza si trasforma nel super-io e nell'introiezione dell'immagine paterna; allo stesso modo Dio si trasforma nella proiezione di tale immagine. In realtà, però, questa interpretazione psicoanalitica rappresenta essa stessa una proiezione, una proiezione cioè psicologistica
5. La persona è esistenziale
     Questo vuol dire che essa non è fattuale, non appartiene al mondo della fattualità. L'uomo, in quanto persona, non è un essere fattuale, ma un essere facoltativo; egli esiste in accordo alle sue proprie possibilità, a favore delle quali o contro le quali può decidersi. Ecco perché Jaspers ha definito l'uomo come un "essere che decide". Egli, infatti, decide sempre che cosa vuole essere nel prossimo istante. E in quanto essere che decide si colloca in posizione diametralmente opposta a quanto viene affermato dalla psicoanalisi, che evidenzia l'essere-spinto. Essere-uomo - e non mi stanco mai di ripeterlo - è prima di tutto un profondo e radicale essere-responsabile. Il che vuol anche dire in maniera molto esplicita che è più del puro essere-libero: nella responsabilità, infatti, è indicato il "per che cosa" della libertà umana, ossia ciò per cui l'uomo è libero e per cui o contro cui egli si decide.
     Diversamente dalla psicoanalisi, la persona - secondo la prospettiva dell'analisi esistenziale, così come ho cercato di tratteggiarla - non è determinata dai suoi impulsi, ma è orientata verso un senso. Inoltre, mentre per la prospettiva psicoanalitica la persona aspira al piacere, nell'ottica dell'analisi esistenziale essa punta ai valori. Nella visione psicoanalitica dell'impulsività sessuale (libido) e in quella della psicologia individuale del condizionamento sociale (sentimento di comunità) noi non vediamo altro che una modalità insufficiente di un fenomeno più originario: ossia dell'amore. L'amore, infatti, è sempre una relazione tra un Io e un Tu. Di questa relazione, invece, nell'ottica psicoanalitíca resta solo l'aspetto impulsivo, ossia la sessualità, mentre nella prospettiva della psicologia individuale permane una socialità ubiquitaria, che può essere in qualche modo identificata con l'aspetto impersonale.
     Se la psicoanalisi vede l'esistenza umana come dominata da una "volontà di piacere", e la psicologia individuale la vede come determinata da una "volontà di potenza", l'analisi esistenziale da parte sua la vede guidata da una volontà di significato. Essa conosce non solo una "lotta per l'esistenza" e, andando oltre, un "aiuto vicendevole". Come afferma Peter Kropotkin, ma anche la ricerca del senso dell'esistenza - e una partecipazione vicendevole in tale ricerca. Fondamentalmente un tale aiuto è ciò che noi chiamiamo psicoterapia: essenzialmente essa è una médicine de la personne, secondo l'espressione di Paul Tournier. Ne deriva allora che nella psicoterapia non si ha a che fare con una trasposizione a livello di dinamica affettiva o di energia istintiva, ma piuttosto con una trasformazione esistenziale.

6. La persona è espressione dell'io e non dell'impulso
     Essa non sottostà alla dittatura dell'istinto, quella dittatura che Freud aveva in mente allorché affermò che l'io non è padrone in casa sua. La persona, l'io, non si lascia derivare in alcun modo dall'istintivo, né dal punto di vista dinamico né da quello genetico: il concetto di "impulsi dell'io" è in sé contraddittorio e va quindi fermamente respinto. Con tutto ciò la persona - essa appunto - è anche inconscia: e specificamente laddove ha le radici lo spirituale. Proprio alla sua fonte essa è inconscia non solo in maniera facoltativa, ma anche obbligatoria. All'origine, nella sua radicalità, lo spirito è irriflesso e, in quanto tale, è una produzione puramente inconscia. A questo punto è bene distinguere con estrema precisione tra inconscio istintivo, con cui soltanto la psicoanalisi ha a che fare, e inconscio spirituale. A quest'ultimo, alla spiritualità inconscia cioè, appartiene però anche la fede inconscia, la religiosità inconscia, ossia una innata relazione inconscia - e non raramente repressa - dell'uomo con la trascendenza. Merito di C. G. Jung è stato proprio quello di aver chiarito questo punto. L'errore che commise però fu quello di aver localizzato una tale religiosità inconscia dove viene localizzata la sessualità inconscia: nell'inconscio istintivo cioè, nella sfera impulsiva. Alla fede in Dio e a Dio stesso io non vengo infatti spinto; devo piuttosto decidermi per lui o contro di lui. La religiosità o è espressione dell'io o non è nulla.

7. La persona fonda l'unità e la totalità
     La persona fonda l'unità e la totalità psico-fisico-spirituale, che rappresenta l'essenza "uomo". Una tale unità e totalità viene costituita, fondata e garantita dalla persona e solo attraverso essa. Noi uomini conosciamo la persona spirituale unicamente in coesistenza con il suo organismo psicofisico. L'uomo, allora, rappresenta un punto di intersezione, un crocevia dei tre livelli di esistenza: quello fisico, quello psichico e quello spirituale. Questi livelli di esistenza non possono comunque essere separati l'uno dall'altro, come ci hanno insegnato K. Jaspers e N. Hartmann. Sarebbe perciò falso affermare che l'uomo "è composto" di fisico, psichico e spirituale: egli infatti è unità e totalità. Piuttosto, all'interno di tale unità e totalità la dimensione spirituale si contrappone alla dimensione fisica e a quella psichica. Proprio in questo consiste ciò che io ho definito "antagonismo psiconoetico". Mentre il parallelismo psicofisico è obbligatorio, l'antagonismo psiconoetico è facoltativo: è sempre solo una possibilità, un puro "potere" - un "potere" al quale si può sempre appellare di nuovo; anzi, dal punto di vista medico si deve fare appello ad esso. Vale infatti chiamare in campo la "forza di reazione dello spirito" contro la psychofisis, che solo apparentemente è vigorosa. Proprio perché la psicoterapia non può disattendere questo appello, ho indicato ciò come il secondo credo, il credo psicoterapeutico: la fede ossia nella capacità dello spirito nell'uomo di separarsi, in ogni circostanza e a qualsiasi condizione, dallo psicofisico e di porsi a opportuna distanza da esso. Se, in conseguenza del primo credo, quello cioè psichiatrico, non valesse la pena "riparare" l'organismo psicofisico - supposto che non sia la persona spirituale, rimasta integra nonostante la sua malattia, ad attendere il ristabilimento -, così, in fedeltà al secondo credo - supposto che non ci sia un antagonismo psiconoetico -, non si potrebbe fare appello alla forza di reazione dello spirito in contrapposizione allo psicofisico.

8. La persona è dinamica
     Proprio per il fatto che la persona può distanziarsi e allontanarsi dallo psicofisico, fa la sua apparizione lo spirituale. In quanto dinamica non dovremmo ipostatizzare la persona spirituale e, di conseguenza, non potremmo neppure qualificarla come sostanza, per lo meno non nel senso abituale del termine. Ex-sistere vuol dire uscire da se stesso e confrontarsi con se stesso, e l'uomo si confronta con se stesso allorché, in quanto persona spirituale, si confronta con se stesso in quanto organismo psicofisico. Tale autodistanziamento da se stesso in quanto organismo psicofisico costituisce la persona spirituale in quanto tale, in quanto cioè spirituale. Solo quando l'uomo si pone a confronto con se stesso, lo spirituale si distingue dallo psicofisico.

9. L'animale non è una persona
     L'animale non è in grado di trascendersi e di confrontarsi con se stesso. Esso non ha i requisiti per essere persona: infatti non ha il mondo, ma ha solo l'ambiente. Se tentiamo di estrapolare la relazione "animale-uomo" e quella "ambiente-mondo", giungiamo al "sovra-mondo". Se volessimo evidenziare la relazione tra il (ristretto) ambiente dell'animale e il (più ampio) mondo dell'uomo e, successivamente, tra questo mondo e un (omnicomprensivo) sovra-mondo, potrebbe venirci in aiuto il paragone della sezione aurea. In base ad essa, infatti, la parte piccola sta a quella grande come quest'ultima sta al tutto. Prendiamo, per esempio, una scimmia alla quale, a fini sperimentali, vengano praticate delle dolorose iniezioni. Può forse la scimmia comprendere la ragione della sua sofferenza? Partendo dal suo ambiente, essa non è in grado di comprendere le intenzioni che guidano l'uomo nei suoi esperimenti: il mondo, umano, il mondo del significato e dei valori, non le è in alcun modo accessibile. Essa non può accostarvisi, né penetrarlo nelle sue dimensioni. Stando così le cose, non dobbiamo forse accettare che lo stesso mondo umano venga da parte sua superato da un mondo non accessibile all'uomo, il cui significato, anzi il cui "sovra-significato", può essere solo in grado di conferire significato alle sue sofferenze? Come un animale, partendo dalla prospettiva del suo proprio ambiente, può ben poco comprendere del più ampio mondo umano, ugualmente poco l'uomo può afferrare il sovra-mondo, a meno che si collochi in un'ottica diversa: nell'ottica cioè della fede. Un animale addomesticato non riesce a comprendere le ragioni per le quali l'uomo lo utilizza. Come potrebbe l'uomo sapere quale sovra-significato ha il mondo in quanto totalità?

10. La persona comprende se stessa solo dal punto di vista della trascendenza
     Anzi: l'uomo è realmente uomo solo nella misura in cui si comprende dal punto di vista della trascendenza. Ugualmente egli è persona solo nella misura in cui viene personificato dalla trascendenza: quando cioè in lui risuona e riecheggia l'appello della trascendenza, un appello che va ascoltato solo nella coscienza.
     Per la logoterapia la religione è e può essere solo un oggetto, non una posizione su cui si attesti. La logoterapia perciò deve muoversi su un terreno che sta al di qua della fede nella rivelazione e la domanda di senso deve trovare risposta al di qua dello scavare in una visione della vita e del mondo che sia o teistica o atea. Se essa intende il fenomeno della credenza non come fede in Dio, ma come una fede più comprensiva nel significato, allora è del tutto legittimata a interessarsi e occuparsi del fenomeno del credere. Già Albert Einstein affermò che chiedersi quale significato abbia la vita vuol dire essere religioso.
     Possiamo rappresentare il significato come un muro dinanzi al quale è impossibile retrocedere. Bisogna solo accettarlo. Non si può, infatti, procedere oltre nell'interrogare, perché voler tentare di rispondere al quesito sul significato dell'essere presuppone sempre che ci sia un significato. In breve, con il linguaggio di Kant possiamo dire che la fede nel significato costituisce una categoria trascendentale. Sempre da Kant noi sappiamo che non ha alcun senso voler indagare oltre sulle categorie del tempo e dello spazio, perché non è possibile pensare e quindi nemmeno indagare senza per questo presupporre proprio lo spazio e il tempo. Lo stesso avviene nel nostro caso. L'essere umano è sempre rivolto verso un significato, anche se lo conosce poco. C'è, infatti, una certa pre-conoscenza del significato, e un presentimento di esso è alla base di ciò che la logoterapia indica come "volontà di significato". Che lo accetti o no, che sia vero o meno, l'uomo crede sempre in un significato, finché egli vive. Anche il suicida crede in un significato, se non della vita, della sua prosecuzione, almeno della morte. Se non credesse in alcun significato, allora non potrebbe muovere neppure un dito e già per questo non potrebbe neppure pensare al suicidio.

 

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